Lo scontro delle civiltà. Il libro di Huntington tradotto in italiano


S.P. Huntington, The Clash of Civilization and the Remaking of World Order, Simon & Schuster, New York 1996, trad. it. Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano 2001, ISBN 88-11-67499-9

Nel libro di Huntington Lo scontro delle civiltà si delinea una visione del mondo decisamente originale che si pone in netto contrasto soprattutto con La fine della storia e l’ultimo uomo di Francis Fukuyama. Se infatti nell’opera di Fukuyama veniva tratteggiata una vera e propria “fine della storia” con l’avvento della globalizzazione guidata dalle liberaldemocrazie occidentali, secondo Huntington, al contrario, la fine della guerra fredda, non solo non avrebbe portato all’affermarsi di un modello unico, ma anzi avrebbe liberato le diverse civiltà dal giogo del bipolarismo politico ed ideologico U.S.A. – U.R.S.S., lasciandole ben più libere di svilupparsi autonomamente con modi e tempi differenti tra loro.

Tale situazione, secondo Huntington, non sarebbe tuttavia caratterizzata da una pacifica convivenza visto che “l’elemento centrale e più pericoloso dello scenario politico internazionale che va delineandosi oggi è il crescente conflitto tra gruppi di diverse civiltà”. La stessa modernizzazione, uno dei cavalli di battaglia di Fukuyama nella dimostrazione della fine della storia nel sistema liberaldemocratico occidentale, non può infatti essere letta in modo univoco e, soprattutto, non può essere identificata con un’occidentalizzazione “tout court”. L’osservazione di Huntington è quindi proprio che “gli equilibri di potere tra le diverse civiltà stanno mutando” mentre “l’influenza relativa dell’occidente è in calo”. Le diverse civiltà (Huntington ne enumera nove, di diversa importanza e con differenti rapporti reciproci, cioè Occidentale, Latinoamericana, Africana, Islamica, Sinica, Indù, Ortodossa, Buddista e Giapponese) stanno infatti riorientandosi sia su basi ideologiche (ed è questo il caso del comunismo di mercato che caratterizza quella Sinica) sia, soprattutto, su basi religiose (come succede per quella Islamica). L’idea stessa di una civiltà che si afferma sulle altre come universale è quindi, secondo Huntington, del tutto sbagliata e frutto di una visione del mondo schematica e ancora legata ai meccanismi della guerra fredda per cui, se prima vi erano due modelli che si fronteggiavano, ora, finito il comunismo, l’intero campo sarebbe rimasto libero per l’acquisizione del modello liberaldemocratico occidentale.

Nell’analisi di Huntington assumono poi un ruolo fondamentale le vicende degli stati moderni, sempre meno adatti a definire il nuovo assetto mondiale caratterizzato dalla rinascita delle civiltà. Se infatti risulta fondamentale la presenza di uno stato guida all’interno di ogni singola civiltà (gli U.S.A. nel caso della civiltà Occidentale o la Cina nel caso della civiltà Sinica), è anche altrettanto evidente che la divisione in stati ha lasciato il posto ad una divisione per aree culturali con alleanze impensabili fino a qualche decennio fa. A questo proposito, secondo l’Autore, è e sarà fondamentale la matrice religiosa che potrà portare, per esempio, ad un’alleanza cristiana tra l’area Ortodossa, quella Protestante e quella Cattolica. Esemplificativo, secondo Huntington, è poi il caso della civiltà Islamica la quale, benché manchi di uno stato guida, sta riacquistando coscienza di sé grazie alla matrice religiosa che è, pur nelle differenze, comune.

Tali complessi meccanismi vanno a delineare, secondo Huntingtion, una radicale mutazione nei rapporti mondiali a partire dalla questione della guerra. Infatti, se durante la guerra fredda e, più in generale, nella storia europea degli ultimi secoli gli scontri militari erano sempre riconducibili a coalizioni di stati o a stati, con il prevalere dell’ottica delle civiltà le guerre diverrebbero sempre più “guerre di faglia”, ossia scontri tra diverse civiltà che tendono a perdurare nel tempo e che non sono caratterizzati da una precisa locazione ma possono esplodere con violenza ovunque si incontrino gruppi appartenenti a civiltà differenti. L’Autore si sofferma particolarmente sulla civiltà Islamica (questa, benché frammentata e priva di una guida riconosciuta, soprattutto a partire dalla guerra del Golfo, ha cominciato a dare nuovamente maggior peso al concetto di Jihad in funzione antioccidentale) e su quella Sinica (il cui stato guida, la Cina, sta assurgendo sempre più al ruolo di superpotenza mondiale e, forse, potrebbe essere in grado di riunire le diverse civiltà asiatiche in funzione antioccidentale). Secondo Huntington, infatti, spetta ora all’Asia il ruolo che fino al termine della guerra fredda era stato svolto dall’Europa. L’Asia, vero crogiuolo di civiltà, sta infatti diventando il maggiore punto di incontro e di scontro per gli opposti schieramenti. In Asia però, più che il Giappone, l’India e le loro rispettive civiltà, potrebbero prevalere per Huntigton la Cina e l’Islam, capaci di riunire potenzialità d’area più prossime a tali civiltà che all’Occidente.

La conclusione del libro parte proprio dalle premesse sopra illustrate per dipingere a tinte fosche un 2010 caratterizzato da una nuova guerra mondiale in cui la divisione per civiltà avrebbe un ruolo fondamentale. Il conflitto, secondo Huntington, avrebbe luogo nel momento in cui lo stato guida di una civiltà (nell’ipotesi di Huntington gli U.S.A.) si intromettesse negli affari tra un altro stato guida (la Cina) e un terzo stato appartenente alla civiltà del secondo (il Vietnam). Tale intromissione sarebbe infatti vissuta come inaccettabile e darebbe origine a un conflitto su scala mondiale in cui le diverse civiltà si confronterebbero secondo alleanze scritte e non scritte: da tale scontro emergerebbero solo le civiltà non direttamente coinvolte nella guerra. Si potrebbe evitare ciò solo a patto che gli stati guida delle singole civiltà imparassero due semplici regole: la “regola dell’astensione”, per cui gli stati guida si dovrebbero impegnare a non intervenire nei conflitti interni ad altre civiltà, e la “regola della mediazione congiunta” secondo cui la mediazione in conflitti tra stati spetta ai rispettivi stati guida. L’autore auspica che queste regole siano osservate e che si proceda a un ampliamento del numero dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU che garantisca una rappresentanza agli stati guida delle diverse civiltà. La terza regola, che l’Autore pone come necessaria per la pace, è poi la “regola delle comunanze” per cui ogni popolo dovrebbe cercare di trasmettere i propri modi di vita e di condividere quelli degli altri. Tale principio permetterebbe la creazione di un ordinamento internazionale fondato sulle civiltà, non più intese come elemento disgregante, ma piuttosto come elemento di reciproca conoscenza ed accettazione.

L’Autore, tuttavia, è consapevole di come, né la civiltà oggi egemone (quella Occidentale), né tanto meno il suo “stato guida” (gli U.S.A.), siano disponibili a condividere la loro posizione privilegiata con altre civiltà o con altri “stati guida”. La tesi di Huntigton appare quindi fondata su un auspicio più che su una previsione realistica. Bisognerebbe poi chiedersi se alla base delle rivendicazioni provenienti dalle civiltà non occidentali stia qualcos’altro, che vada oltre la voglia di rivalsa e se tali rivendicazioni non siano piuttosto una reazione alla globalizzazione neoliberista e alle disuguaglianze politiche e socio-economiche che essa origina.

Valerio Martone

http://www.juragentium.org/

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