Sfrecola: „È peggio di una guerra.” Riflessioni minime sulla vita in casa ai tempi del Coronavirus


Riflessioni minime sulla vita in casa ai tempi del Coronavirus
È peggio di una guerra

(Roma, 28 marzo 2020 – di Salvatore Sfrecola) – È “come una guerra” si sente dire sempre più spesso a proposito dell’emergenza dovuta all’infezione da Coronavirus. È chiaro il senso del ricorso ad una parola che evoca un nemico da battere, una lotta nella quale è a rischio la vita. Per un nemico invisibile e subdolo, che non sappiamo dove né quando, chi e come colpirà. Le modalità di diffusione del contagio sono individuate, con una buona dose di incertezza che naturalmente influisce sulle modalità di risposta al virus, sia nella prevenzione che, ancor più, nella terapia. Oltretutto sappiamo, questo sì con certezza, che la strumentazione a disposizione degli ospedali è in molte realtà gravemente insufficiente, specialmente nelle fasi acute che richiedono la degenza in un reparto di terapia intensiva.
Per far fronte al dilagare del contagio sono state adottate limitazioni progressivamente più severe della libertà di movimento delle persone ancorata a casi di necessità per gravi motivi di lavoro, sanitari e di approvvigionamento alimentare. Sono le limitazioni che marcano una netta differenza rispetto alla “guerra” tanto spesso evocata, come potrebbero dire i più anziani l’hanno conosciuta. L’infezione che ci impegna è peggio, molto peggio di una guerra. Nell’ultima, quella 1940-1945, i cittadini hanno sperimentato una condizione di vita certamente migliore di quella di oggi. Non sembri un paradosso, considerato che in ogni caso forte era la paura della morte che, il più delle volte, veniva dal cielo in forma di bombe di grande capacità distruttiva. C’era, comunque, in quella difficile stagione, una vita pressoché ordinaria, di relazioni personali e di lavoro, se questo non si svolgeva in una delle strutture industriali possibile obiettivo dell’aviazione nemica. Per il resto, pur tra mille difficoltà e privazioni, anche dal punto di vista degli approvvigionamenti alimentari progressivamente sempre più insufficienti le giornate trascorrevano secondo i ritmi consueti, se si esclude il suono sinistro delle sirene che di tanto in tanto, e non dappertutto, imponevano di abbandonare la propria abitazione per riparare nei rifugi. Ma c’era la possibilità di lasciare le città per uno dei tanti piccoli borghi dei quali è disseminato il nostro Paese, in campagna, in montagna o al mare, utilizzando una casa di famiglia o di vacanza dove c’era una certa sicurezza e, soprattutto, lì era più facile approvvigionarsi di prodotti alimentari. Insomma, voglio dire che la guerra, pur tragica, lasciava alle persone e alle famiglie una condizione sia pur minima di socialità, esplicitamente esclusa, invece, dalle misure restrittive indicate dal governo e dalle autorità regionali come necessarie per impedire il diffondersi dell’infezione. Costretti a rimanere in casa. Uscire è possibile solamente per i motivi che si è detto legati a necessità urgenti, che non è altrimenti possibile soddisfare.
Reclusi in casa, dunque, con evidenti condizionamenti che ben presto possono creare problemi di convivenza, specie quando gli spazi sono limitati, come accade per gran parte delle famiglie. È la condizione nella quale emergono incomprensioni che nella vita ordinaria neppure si manifestano, considerato che la convivenza obbligatoria nell’arco dell’intera giornata pone questioni di compatibilità delle rispettive esigenze, anche tra persone legate da solidi affetti che possono essere messi alla prova da interferenze reciproche nel corso della giornata. E quindi gli spazi a disposizione sono essenziali, nel senso che se una persona desidera leggere, ascoltare della musica, curare la propria collezione di francobolli o dedicarsi al bricolage può essere disturbato da altri che sono intenti in altre attività, ugualmente per chi pratica il “lavoro agile”, in collegamento con il proprio ufficio. Purtroppo nelle case moderne spesso gli spazi sono angusti ma questo disagio è mitigato nella vita ordinaria scandita da assenze più o meno lunghe per lavoro, studio e relazioni sociali, motivo di soddisfazione per i componenti della famiglia. Un po’ come accade con le minicrociere in barca a vela, vacanze iniziate con entusiasmo, spesso terminate con musi lunghi a testimonianza che in quei pochi giorni la convivenza ha incrinato, sia pure momentaneamente, rapporti di amicizia e di affetto. Gli spazi piccoli, come noto, determinano amplificazione dei contrasti. Ci vuole molta disponibilità per convivere un’intera giornata e con la prospettiva di un lungo periodo, come si deduce dalle prescrizioni stabilite dalle autorità e dalla prevista durata (sei mesi dal 31 gennaio) dello stato di emergenza.
Fatta questa ricognizione delle difficoltà della convivenza, dovute essenzialmente agli spazi a disposizione e alle attività svolte, per non smentire la mia propensione a vedere il bicchiere sempre mezzo pieno, non c’è dubbio che, almeno per una persona delle mie abitudini, la permanenza in casa offre anche importanti occasioni di recupero di interessi che nell’impegno quotidiano spesso sono parzialmente trascurati. La lettura, innanzitutto, di un libro rimasto troppo a lungo su uno scaffale, l’ascolto della musica, per chi ne appassionato, la cura degli hobby, la collezione di francobolli o di monete, il bricolage. C’è anche, in questo popolo di artisti, chi può dedicarsi alla scrittura o alla pittura o ad altre arti. Per parte mia ho approfittato di questa sosta forzata per riordinare i libri che spesso erano disseminati tra i vari scaffali, non sempre con ordine. Se si esclude i libri di uso professionale, i codici, i manuali e i trattati di diritto, ben sistemati nella libreria del salone studio, mi sono dedicato a riordinare i volumi su materie di interesse storico sistemati negli scaffali delle varie stanze (i libri sono dappertutto tranne in bagno), a seconda del periodo di riferimento, la Grecia, Roma, il medioevo, il Rinascimento e poi la Rivoluzione Francese, Napoleone. Un ruolo rilevante hanno i testi sul Risorgimento italiano con i suoi protagonisti, da Carlo Alberto a Garibaldi, da Vittorio Emanuele II a Mazzini. Uno spazio rilevante è dedicato a Camillo Benso di Cavour, il grande statista ammirato anche da Clemente Lotario di Metternich, il potente Cancelliere austriaco. Vi sono anche altri protagonisti di quell’importante periodo storico, come Marco Minghetti e Quintino Sella.
Naturalmente c’è uno scaffale con molti ripiani dedicato alla guerra 1915 1918 con commenti, approfondimenti e biografie dei protagonisti da Vittorio Emanuele III ad Armando Diaz, da Francesco Giuseppe a Guglielmo II, a Nicola II, lo Zar di tutte le Russie e alla tragedia della famiglia Romanov. C’è poi tutta una ricca letteratura sulla seconda guerra mondiale, con riferimento alle vicende politiche e a quelle militari. Anche la storia del pensiero politico occupa molti spazi insieme ai temi del diritto pubblico. È stato un bell’impegno ancora non concluso, anche perché non mi è stato possibile avvalermi del mio nipotino Leonardo Pirozzi che in altra occasione si è prestato ad aiutarmi a sistemarmi i libri per materia e per autore. È in corso la sistemazione degli ulteriori accessi per i quali, non potendo frequentare librerie, sono ricorso all’acquisto on-line di volumi che mi vengono puntualmente e rapidamente consegnati.
Alcuni volumi che ho esigenza di consultare per articoli, note e commenti sono sistemati insieme nella libreria più vicina alla scrivania dove affronto un determinato argomento. In questo periodo, ricorrendo il 200º anniversario della nascita di Vittorio II, ho messo insieme alcuni testi che mi sono stati utili per scrivere articoli ed un capitolo del libro “L’Italia in eredità – il Re galantuomo”, pubblicato in questi giorni da Historica. Non nascondo che vorrei scrivere qualcosa di più sul Padre della Patria, per delineare la personalità e l’azione di questo straordinario sovrano ingiustamente trascurato dalla storiografia.
Quello che ho appena descritto è un esempio di come si può occupare il tempo con soddisfazione, senza interferire, almeno finora così è stato, con chi vive con me, che peraltro conosce le mie abitudini e sa che, ad esempio, io ascolto la musica classica praticamente tutto il giorno. Perché quella musica mi ha sempre accompagnato nel lavoro, in auto, mentre mi sposto in città o viaggio fuori Roma. A basso volume, per non disturbare.
Quando non leggo e non scrivo guardo la televisione per acquisire notizie sull’epidemia e sulle misure adottate dalle autorità per contrastare la sua diffusione. Alla tv mi affido anche per qualche bel film scelto dalla ricca opzione offerta dalla Rai, dalle tv private, da Sky e da Netflix. Infine faccio un po’ di ginnastica, consigliata per mantenere il tono della muscolatura, e, non lo nascondo, per contribuire ad un dimagrimento che è stato costantemente consigliato. Mi avvalgo anche di un tapis roulant che, devo dire, faccio con piacere in due turni da 30 minuti ciascuno guardando la televisione cosicché il tempo passa più facilmente. Sulle prime avevo anche pensato di trasferirmi al mare o in montagna, dove ho tutti i comfort e potrei leggere e scrivere avendo anche una disponibilità di un giardino nel primo caso di un bosco nel secondo. Tuttavia per quanto le due case siano funzionali ho pensato che comunque è più comodo rimanere a Roma. E qui sono rimasto.
Roma, 28 marzo 2020

Post originariginariamente pubblicato su https://www.facebook.com/ssfrecola/posts/10215911450806733

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